XV Domenica del Tempo Ordinario – 14 lug 2018

Dal Vangelo secondo Marco ( 6,7-13 )

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». 
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

La liturgia della parola di questa quindicesima domenica del tempo ordinario ci indica, con chiarezza, due temi precisi: il coraggio del profeta e il distacco dall’avere qualcosa di ogni apostolo di Cristo.

Nella prima lettura, infatti, tratta dal profeta Amos, l’uomo di Dio, scelto in mezzo ai campi, risponde alla chiamata del Signore e inizia a svolgere la sua missione, affrontando con coraggio chi vuole ostacolare la sua attività o addirittura gli consiglia di andare altrove. Ma Amos, più che mai convinto che la sua missione va portata a compimento, in quanto è il Signore che lo ha scelto, va avanti per la sua strada e motiva il suo essere per l’annuncio della parola di Dio, con il fatto che è stato scelto e non che si è proposto o ha fatto avanzare le sue richieste di discendenza profetica che non aveva.

Per cui, di fronte ad Amasia, sacerdote di Betel, che, usa espressioni di minaccia nei confronti del profeta, dicendo: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno», Amos non indietreggia affatto di fronte a questo ricatto, ma va avanti per la sua strada, e, senza mezzi termini, racconta la storia della sua vocazione e invita a conversione: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele».

Amos ed Amasia, chi sono? Dai testi biblici si sa che Amos era un mandriano di quel luogo, molto ricco, dal momento che la mandria era di sua proprietà. Si tenga presente che a quel tempo il mestiere di mandriano era redditizio e collocava su un piano socio-economico abbastanza elevato. Potremmo definirlo, oggi, della classe media, in quanto imprenditore e commerciante.

Amos scendeva di tanto in tanto verso le regioni più calde, nei dintorni del Mar Morto, cibandosi di sicomori, una specie di fichi che non cresce in montagna. Non era, quindi, un profeta di professione, aderente ai circoli profetici, come Eliseo e altri: “Io non sono profeta, né figlio di profeta; sono un mandriano e coltivo i sicomori”.

Come abbiamo letto, fu direttamente e personalmente chiamato da Dio per la sua missione profetica mentre stava pascendo le sue mandrie.

Al tempo di Amos, il regno unito di Davide e Salomone era ormai diviso nei due regni di Israele e di Giuda.

Amos fu incaricato da Dio di profetizzare al Regno di Israele.

Amos esercitò la sua attività al tempo del re Geroboamo II (VIII secolo a.C.) e del re Ozia (stesso secolo), pare iniziando non molto tempo prima della morte di Geroboamo.
Due anni prima dell’inizio della predicazione profetica di Amos ci fu un devastante terremoto nell’area, al punto tale che al tempo di Zaccaria (sesto secolo a. C.), due secoli dopo era ancora ricordato nella sua drammaticità e effetti.

Amos, udita la possente voce divina si sentì afferrato da Dio mentre stava andando dietro alle sue mandrie.

Lasciò quindi le solitudini delle terre giudaiche per incamminarsi risolutamente verso Betel, cittadina posta a quattro ore di cammino a nord di Gerusalemme.

Betel era sede di un antico santuario ebraico e, dopo lo scisma del regno unito nel 933 a.C. era assurta ad importanza capitale.

Lì a Betel Amos predicò il ravvedimento e la riforma morale degli israeliti degeneri.
Affrontò direttamente il sacerdote Amasia in un conflitto molto drammatico, come è riportato nel brano di oggi.

Motivo in più per Amos per non desistere dalla sua missione, che portò al termine, senza allontanarsi dal luogo indicato dal Signore, ove doveva svolgere la sua missione di profeta, scelto al momento.

Il secondo argomento di testi biblici della parola di Dio di oggi è la povertà e il distacco degli apostoli di Gesù dal possedere ed avere cose, di cui ci parla il Vangelo di oggi, tratto da San Marco, nel quale sono indicati dei parametri molto importanti per coloro che sono inviati nel nome di Cristo a portare la buona novella del Regno: andare in compagnia e non portare nulla con sé.

Comunione e povertà camminano insieme ed esprimono il segno più vero della missione.
Leggiamo, infatti, nel brano di oggi che “Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Camminare insieme, non avere niente, contentarsi di ciò che si ricevere e passare oltre quando non si viene accolti, per non perdere tempo inutilmente e vanificare l’azione apostolica.
I frutti di questa missione sono precisati, alla fine del brano del Vangelo di questa domenica.
Gli apostoli, una volta partiti “proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”. Conversione, purificazione e guarigione sono gli effetti prodotti dalla predicazione.

Amos predica agli israeliti perché si convertano, gli apostoli predicano al nuovo popolo santo di Dio, la chiesa, perché si converta. E di fatto questo avviene, se poi alla predicazione corrispose il liberare dal demonio, l’unzione degli infermi e la guarigione di questi.
Dio opera, quindi, attraverso le loro azioni missionarie, apostoliche, pastorali, liturgiche e spirituali.

La stessa cosa avviene per Paolo Apostolo che nel brano della sua lettera agli Efesìni, ringrazia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo”.

Paolo ricostruisce la nostra storia spirituale, quel cammino che abbiamo fatto dall’eternità e che approderà all’eternità, mediante il passaggio nel tempo.

Dio, infatti, in Gesù Cristo “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”.

Sempre in Gesù Cristo, con la sua morte in croce, noi “abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia”.

Questa grazia, Gesù “l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi. Questo grande progetto di redenzione, pensato ed attuato da Dio, mediante Gesù Cristo è quello di “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”.

Possiamo dire che questo progetto di salvezza e santità riguardi tutti, sempre preclusione di persone, in quanto la salvezza portata da Cristo sulla terra, interessa tutta l’umanità e tutti possono accedere a questo dono e mistero.

Tutti siamo inviati sulle strade del mondo come missionari per annunziare il messaggio di salvezza, lieto e nuovo di Gesù. La vita del cristiano è un andare verso gli uomini con il cuore alleggerito, cioè distaccato dalle cose materiali che appesantiscono spiritualmente e che impediscono la comprensione del primato di Dio nella vita. 

Gesù ci manda, ma non ci lascia soli. Egli ci accompagna con la potenza del Suo Spirito. Egli ci manda come messaggeri di amore, di misericordia divina. Ci vuole guaritori della vita , cioè di coloro che hanno perduto il senso della vita, della gioia.

Nel prendere coscienza che siamo inviati nel nostro mondo, nella nostra società, è bene porci due interrogativi, ai quali siamo tenuti a dare una risposta sincera: annunziamo con coraggio, con entusiasmo il messaggio salvifico di Gesù facendo leva sulla potenza che ci viene da Dio? Siamo convinti che la testimonianza della nostra vita è condizione essenziale per l’efficacia dell’annunzio, per renderlo cioè credibile agli uomini?

Andiamo incontro agli uomini di oggi ricchi solo della misericordia di Dio e forti della potenza del messaggio evangelico. E’ una missione affascinante e urgente.

Suor Chiara Antonino

Clarisse Cappuccine dette “33”

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